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Siamo tutti arrabbiati, ogni
giorno di più. Sei italiani su cento sono in
causa col vicino. Sono due milioni di processi, la metà esatta
di tutto il contenzioso che invade le affollate aule dei
giudici di pace. Ogni anno si spendono tre miliardi di euro
per le liti condominiali, che qualche volta trascendono e
finiscono in tragedia: il 3,5 per cento dei delitti, rivela un
rapporto Eures, matura nei rapporti di
vicinato.
Nella classifica dei litigi
- compilata dai 13 mila amministratori di condominio
dell'A.N.AMM.I. - al primo posto ci sono i rumori che
rubano il sonno: mobili spostati alle due di notte, subwoofer
che fanno tremare i muri, cagnette che latrano e lavatrici che
centrifugano.
Poi vengono le
contese sull'uso degli spazi comuni. Al terzo posto,
i rumori nelle aree condominiali, e poi il braccio di
ferro sugli animali domestici.
Si arriva,
così, a due milioni di cause, un bel verminaio di
dispetti e ritorsioni diretto alle aule di tribunale
dove occupa la metà dei giudizi civili e un bel numero di
processi penali. A Roma la quinta sezione del
Tribunale si occupa solo di contenzioso
condominiale. Nelle udienze un magistrato dà retta,
di solito, a cinque o sei avvocati contemporaneamente,
sommerso da una montagna di citazioni, notifiche, memorie e
comparse che dopo tre anni di udienze costeranno ai litiganti
in media dai due ai tremila euro
ciascuno.
Il grosso delle contese
approda sulle scrivanie dei giudici di pace. Quelli
civili affrontano le questioni che si risolvono col denaro, in
maggioranza tra condomini e amministratori. Quelli penali
devono invece dipanare le matasse più complicate, uno spinoso
groviglio di antichi torti e di quotidiane vendette che invoca
giustizia per ingiurie, molestie, danneggiamenti e disturbo
della quiete. Secondo l'Anaci (un'altra associazione di
amministratori immobiliari) il 73 per cento dei contrasti si
risolve infatti bonariamente prima di finire sulla carta
bollata, durante le assemblee condominiali. Dunque, quei due
milioni di cause sono solo un quarto delle liti. E di questo
27 per cento, quelle che arrivano alla sentenza sono appena
due su cinque, perché le altre tre si chiudono dopo le prime
udienze con un accordo tra gli avvocati. I quali si dividono
in due categorie: quelli che gettano benzina sull'ira
infuocata del cliente, pensando alla parcella che gli
spediranno, e quelli che onestamente gli dicono la verità,
avvertendolo che sarà molto, molto difficile ottenere un
risultato concreto perché in queste questioni lo Stato non
riesce nemmeno a decretare chi vince e chi
perde.
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Quattro
storie di ordinaria follia
Ospedale
Cardarelli di Napoli, un mese fa circa. Tre fratelli
vanno a salutare la madre malata. L’orario di visita è
terminato da pochi minuti. All’ingresso c’è una guardia
giurata che non li fa passare. I tre fratelli, una donna di 25
anni e due ragazzi di 17 e 15 anni, non si rassegnano. Hanno
trovato molto traffico, vengono da fuori e intendono vedere la
madre. Protestano, vogliono entrare a tutti i costi. La
guardia giurata chiama due poliziotti, poi l’agente di polizia
del drappello ospedaliero ma loro se la prendono anche con i
nuovi arrivati. Ormai siamo alla zuffa. Scatta l’allarme al
centro operativo della questura. Per bloccare i tre fratelli è
necessario l’intervento di altri due agenti. Alla fine i tre
fratelli vengono denunciati a piede libero per resistenza a
pubblico ufficiale e i sei agenti intervenuti condotti in
ospedale per lesioni.
Una salumeria di Torre
del Greco, lo scorso novembre. Una mattina la
titolare, M.F., 55 anni, decide di farsi pagare una spesa
lasciata in sospeso alcuni giorni prima. Telefona a casa del
debitore: lui non c’è, parla con la moglie, R.L., che non sa
nulla del debito. Volano minacce e intimidazioni, la donna
decide di andare in salumeria a chiarire e pagare. La
accompagnano la madre e il figlio di tre anni. La padrona
della bottega la accoglie con graffi e lancio di prodotti
presi a casaccio dal banco mentre il bimbo scoppia in lacrime
nel vedere la mamma aggredita con violenza. La donna è stata
accompagnata all’ospedale di Boscotrecase dove le hanno
diagnosticato lesioni ed escoriazioni sul viso e sul corpo. La
titolare del negozio è stata denunciata ai carabinieri. Il
conto non pagato ammontava a 50 euro.
Siamo a
Siracusa. E’ agosto di quest’anno, fa molto caldo. In
un palazzo di viale Tica c’è B.L.. Fra i condomini tutti si
conoscono molto bene e sono all’aperto nella speranza di
godere di un po’ di fresco. Un vicino con cui B.L. aveva
problemi già da un po’ inizia ad insultarlo. Dopo qualche
istante, dalle parole il vicino passa ai fatti e inizia a
lanciare su B.L. anche delle uova. A quel punto B.L. non
riesce più a controllarsi. Torna in fretta nel suo
appartamento mentre escogita una vendetta. Trova un modo per
attirare il vicino, attende con pazienza che bussi alla porta.
Quando sente il suono del campanello apre e restituisce
l’aggressione ma non con insulti o uova: con un’ascia e lo
ferisce. Il vicino viene condotto in ospedale mentre B.L.
viene denunciato per detenzione di arma da taglio di genere
vietato e per lesioni personali.
Alla periferia
di Sanremo nel 2005. In una palazzina di un alloggio
popolare abita R. M., di 49 anni Al piano superiore abita una
signora. Tutto andrebbe bene, in fondo, se tra i due non
nascesse ad un certo punto una lite a proposito della musica
ascoltata a volume troppo alto. La lite va avanti per un po’
di tempo poi una sera, in base all’accusa, R.M., esasperato,
prende un trapano, sale su una sedia o un mobile in modo da
raggiungere il soffitto. Accende il trapano e inizia a bucare
intonaco e mattoni fino ad arrivare dall’altra parte, al
pavimento della donna. Non contento, fa lo stesso con la porta
d’ingresso della vicina. In primo grado, davanti al giudice di
pace, viene assolto per insufficienza di prove visto che la
signora non si era presentata in udienza. Due mesi fa sulla
vicenda è iniziato il processo in appello.
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